Settembre è stato un mese di viaggi per Studio 2di2. Dopo la trasferta ad Oslo, in visita alle biblioteche norvegesi, è stata la volta di Amsterdam, per la fase finale di Europe Challenge 2024.
COS’è EUROPE CHALLENGE
Europe Challenge è un’iniziativa promossa da European Cultural Foundation, e rappresenta una rete in crescita, unica, di biblioteche europee che collaborano per promuovere la partecipazione democratica e il benessere sociale e ambientale attraverso cambiamenti locali guidati dai cittadini.
Il programma di riferimento di Europe Challenge mette a disposizione delle squadre non solo risorse economiche, ma soprattutto una serie di supporti e accompagnamenti durante la realizzazione dei progetti che si traducono in vere e proprie sessioni formative per tutt* bibliotecar* partecipanti.
La bravura de* formator* e dei mentor a supporto di ogni squadra, l’efficacia dell’impianto organizzativo, il rigore della pianificazione, rendono l’esperienza unica nel suo genere, e, per questo, molto consigliata da noi di Studio 2di2.
L’EVENTO
Ad Amsterdam, nella biblioteca OBA (https://www.oba.nl) , si è svolto l’evento finale, quello in cui tutte le squadre hanno messo in mostra i prototipi realizzati in questi 9 mesi di lavoro, raccontando ognuno il proprio progetto sia sotto il profilo del processo svolto che degli esiti finali. Un vero e proprio marketplace di idee, processi realizzativi, spunti ispirazionali, sguardi aperti in direzioni inaspettate, oltre che una possibilità concreta di costruire relazioni significative.
La giornata si è aperta con un dialogo sulle potenzialità della biblioteca (il titolo dell’evento è “If librarians ran Europe”) in cui è stato rilevato e dimostrato come in questa epoca contemporanea, la biblioteca pubblica sia lo spazio pubblico per eccellenza, riconosciuto dalla generalità delle persone, inclusivo e democratico (in quanto gratis e senza barriere di accesso), che può rappresentare una vera e propria opportunità di crescita individuale e collettiva per tutti.
È stata poi la volta di un giro di considerazioni sul tema “thrive or survive” (fiorire o sopravvivere): e qui si è toccato un momento secondo noi focale. Alla presenza di opinion leaders riconosciuti e influenti, è stato ribadito come la rete delle biblioteche europee (65.000 sparse in ogni parte d’Europa, dalle grandi città ai villaggi più remoti) possa essere l’infrastruttura su cui far viaggiare i valori fondanti dell’Unione Europea stessa: democrazia, inclusione, parità; e lo spazio “giusto” per dibattere, approfondire, cercare soluzioni ai grandi temi della contemporaneità: transizione digitale, questione ecologica, tenuta sociale.
Tutto questo può avvenire se bibliotecar* e politic* responsabili per le biblioteche si attivino per il cambiamento (in questo caso la rivoluzione) che è ben riassunta dal motto “dalle collezioni alle connessioni”. È questa la vera (Europe) challenge!
E per avere un assaggio di cosa sia una Europe challenge, questi tre video sono un bel modo per capire cosa intende il Presidente quando afferma “I want people and policymakers in Europe to realise what a great treasure the libraries of Europe are.”
Grazie al Sistema Bibliotecario della Val Seriana e alla sua coordinatrice Alessandra Mastrangelo, per aver creduto fortemente nel progetto QuickSilver, che ha vinto la challenge e ha portato ad Amsterdam uno splendido prototipo di servizio per i senior e un nuovo modo di approcciare la sessione della Storia Locale.
Il progetto, a cui 2di2 ha partecipato e contribuito sia in fase di candidatura sia in fase di progettazione e prototipazione, ha portato alla realizzazione di un quiz game (Pota che quiss!): un Trivial Pursuit in versione valligiana in cui le domande e le risposte alle 6 categorie (Atalanta e sport, Prodotti locali e gastronomia, Personaggi, Dialetto e tradizioni, Arte, Geografia e paesaggio) sono state realizzate insieme alle comunità senior delle biblioteche del Sistema.
Un bellissimo modo per stare insieme, imparare, mostrare i propri saperi, divertirsi…e ora aspettiamo la distribuzione del gioco nelle 43 biblioteche perché le sfide e i tornei abbiano inizio.
Il progetto DigEducati ha raggiunto il suo epilogo con due eventi che hanno segnato un punto di svolta nell’educazione digitale per i più giovani. Il 20 settembre, un convegno presso il KM Rosso di Bergamo, ha riunito esperti, educatori e appassionati per discutere le sfide e le opportunità dell’educazione digitale nell’era dell’intelligenza artificiale.
Il dibattito si è concentrato su come integrare le nuove tecnologie nell’insegnamento, garantendo al contempo uno sviluppo equilibrato e consapevole dei ragazzi. I Presidenti dei due Enti finanziatori, Giovanni Azzone per Fondazione Cariplo e Marco Rossi Doria per Impresa Sociale Con i Bambini, hanno ben messo in evidenza l’importanza di mettere a disposizione delle comunità locali luoghi di apprendimento informale per concepire il digitale come strumento di crescita, di apprendimento, di affermazione personale.
Il giorno successivo, il 21 settembre, il Daste di Bergamo si è trasformato in un laboratorio di creatività digitale, accogliendo oltre 1000 bambini pronti a mettersi alla prova con robotica, coding e programmazione di videogiochi. Un’esplosione di entusiasmo e curiosità ha caratterizzato la giornata, dimostrando quanto i giovani siano affascinati dalle nuove tecnologie e quanto sia importante offrire loro gli strumenti per esplorarne le potenzialità.
DigEducati non è stato solo un evento, ma un percorso lungo e impegnativo che ha coinvolto scuole, istituzioni, terzo settore e cittadin*. Grazie a questo progetto, sono stati sviluppati nuovi materiali didattici, organizzati corsi di formazione per insegnanti e creato un network di esperti in grado di supportare le scuole nell’implementazione di progetti digitali.
L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il nostro mondo e l’educazione non fa eccezione. Il convegno e la festa di DigEducati hanno evidenziato la necessità di preparare i giovani a vivere in un mondo sempre più digitalizzato, dotandoli delle competenze necessarie per comprendere e utilizzare le nuove tecnologie in modo critico e responsabile.
Le biblioteche RBBG, che seguiamo e supportiamo sui temi della co-progettazione da molto tempo, sono state protagoniste assolute di DigEducati, dimostrando di essere luoghi di incontro, di apprendimento e di innovazione. Ospitano il corner del servizio dove si svolgono le principali attività e laboratori.
Di questo progetto siamo particolarmente orgogliose per molti motivi: l’abbiamo aiutato a nascere e siamo state vicine al progetto per tutta la sua durata, avendone curato la comunicazione, la rendicontazione, la gestione dei tavoli territoriali per l’engagement degli stakeholder, l’organizzazione dei principali eventi.
Dimenticate l’odore della polvere sui libri negli scaffali, della carta e dell’inchiostro, dimenticate il silenzio assordante rotto solo dal ticchettio dei tasti che si muovono sotto le dita dei bibliotecari. E voi bibliotecari, dimenticate le ore seduti a una scrivania, davanti a un monitor. O meglio, tenete bene a mente tutte queste cose mentre vi raccontiamo il nostro viaggio attraverso le biblioteche di Oslo.
Oslo
Questo settembre con lo studio e alcuni membri della Rete Bibliotecaria Bergamasca, siamo stati tre giorni nella capitale norvegese, in visita delle biblioteche della rete urbana.
A Oslo sono presenti in totale 25 biblioteche (contando anche quelle all’interno di strutture come ospedali e carcere) denominate Deichman, in omaggio a Carl Deichman, uomo d’affari, cancelliere e collezionista di libri vissuto in Norvegia nel 1700. Nel pieno spirito illuminista dell’epoca, Deichman ha raccolto una collezione di oltre 6000 libri lungo tutta la sua vita, convinto che la conoscenza potesse innalzare il valore di un uomo. Nel 1780, prima di morire, lasciò in eredità la sua collezione di libri alla città di Christiania con l’intento di donare finalmente ai cittadini la loro prima biblioteca pubblica.
Oggi, a Oslo, la biblioteca non è percepita e vissuta solamente come un luogo di prestito di volumi, ma soprattutto come uno spazio multifunzione a disposizione della comunità per potersi incontrare, scambiare sì libri, ma anche conoscenze ed esperienze; viene usata come location per eventi, come centro di aggregazione. La biblioteca è dunque per la cultura, ma prima di tutto per il sociale.
Deichman Toyen
Un esempio plastico di ciò è la Deichman Toyen, una biblioteca situata in uno dei quartieri più difficili della città, la parte est. Questa zona, resa meno attrattiva dai gas delle aree industriali portate dai venti, rimane più povera rispetto al resto della capitale. Qui, le condizioni di povertà si riflettono in alti tassi di delinquenza e disagio sociale, un problema non indifferente all’occhio delle amministrazioni.
Per risolverlo, Reinert Mithassel, responsabile della biblioteca dal 2015, ha ripensato a questo spazio tenendo conto dei bisogni specifici del quartiere mettendo in discussione il ruolo della biblioteca e di chi se ne occupa.
Lavorando e confrontandosi con i bibliotecari e analizzando a fondo i bisogni della comunità del quartiere di Toyen, è emerso come la biblioteca, per incidere sul miglioramento delle condizioni di vita delle persone, non poteva essere uno spazio freddo e legato esclusivamente alla transazione di libri. Era, dunque, necessario un cambiamento nei bibliotecari e negli ambienti per riuscire ad portare un nuovo modo di vivere la biblioteca.
Il primo passo è stato de-istituzionalizzare la biblioteca per mandare un messaggio di apertura verso la comunità: sono stati sostituiti tutti gli arredi con mobili e materiali di recupero che trasmettessero sensazioni di comodità, di calore, di accoglienza; gli scaffali con i libri sono stati decentralizzati e spostati sulle pareti, aprendo così gli spazi centrali a zone di lavoro e conversazione per gli utenti e le persone, posizionando divanetti, poltrone e tavolini; le vetrate contribuiscono a creare un continuo dialogo con l’esterno sia per chi fruisce della biblioteca che può godere della luce naturale e dell’ambiente circostante anche dall’interno, sia per chi rimane all’esterno, caldamente invitato ad entrare.
Con il tempo, è stato aggiunto uno spazio adiacente separato dal corpo originario, ma comunque comunicante con esso, per dare spazio a eventi e attività che spesso si sovrappongono o che sarebbero in contrasto con l’ambiente silenzioso della biblioteca.
In questo caso, il cambiamento degli ambienti e del ruolo della biblioteca ha richiesto, ad alcuni utenti e ad alcuni dipendenti, del tempo per riabituarsi al nuovo concetto di biblioteca, ma sacrificare un po’ di silenzio e di calma e le vecchie abitudini a favore di un ambiente più vissuto e dinamico ha decisamente ripagato.
La Deichman Toyen ha infatti triplicato la sua utenza: è passata dall’avere 100mila visitatori l’anno a 300mila, 1000 visitatori al giorno (due persone entrano ogni libro che esce).
Questa biblioteca è lo specchio del quartiere in cui si trova: ne fanno parte anziani, bambini, ragazzi, adulti, universitari, homeless… La maggior parte di coloro che frequentano la biblioteca lo fa in primo luogo per godere dello spazio o per partecipare agli eventi (dai 10 ai 15 eventi a settimana), poi per leggere o studiare, e poi per chiedere in prestito un libro. La biblioteca è voluta e vissuta dalla comunità, tanto che è stato predisposto un sistema tramite app, per accedervi anche durante alcuni orari di chiusura in cui non è presente il personale.
Questo modello di “biblioteca sociale” è stato poi adottato per tutte le biblioteche di Oslo, riscuotendo ovunque lo stesso grande successo.
La centralità di questo luogo per il benessere dei cittadini è stato talmente rilevante che nel periodo di chiusura forzata delle attività durante la pandemia, le biblioteche sono rimaste aperte alla pari di ospedali, centrali di polizia e di vigili del fuoco. I politici hanno poi deciso di contare ancora una volta sulla biblioteca per risolvere un problema sociale ad alto rischio, quello della microcriminalità giovanile.
Deichman Biblo Toyen
Ponendosi le giuste domande e, soprattutto, trovando il giusto modo di interagire con bambini e ragazzi, sono nate le idee che hanno dato vita alla Deichman Biblo Toyen. Approfondendo l’esperienza degli utenti, la biblioteca è stata ideata e progettata evitando di cadere nei soliti cliché che avrebbero portato a soluzioni standard già usate in altri contesti come l’utilizzo di mobili più bassi e più colorati, spigoli arrotondati e spazi vuoti per giocare.
Ma non è questo quello di cui hanno davvero bisogno i ragazzi.
Facendo le domande giuste, sono emerse esigenze più specifiche che hanno portato a soluzioni più adatte a loro e più stimolanti. Dall’esigenza di non avere né adulti né bambini troppo piccoli, la Deichman Biblo Toyen nasce come uno spazio esclusivo per ragazzi dai 10 ai 15 anni, con wi-fi per giocare e connettersi a internet, con nicchie, “tane”, postazioni insolite (come furgoni, cabine telefoniche, cabine di funivie, tutti di recupero) in cui rifugiarsi, stare comodi, leggere, giocare e passare le giornate.
Un altro tema centrale affrontato nella creazione di questa biblioteca è stato capire come attrarre i ragazzi in questo spazio. Infatti, dopo qualche tentativo, era evidente come non bastasse pubblicizzare la biblioteca e promuoverne le attività in modo standard né tantomeno invitare direttamente i ragazzi ad entrarvi: nessuno sentiva il bisogno di questo spazio, nessuno voleva essere “salvato” dalla strada.
Così è stata adottata la stessa filosofia usata dall’Esercito della Salvezza, un movimento internazionale evangelico, nell’approcciare individui che necessitano di aiuto, ma che lo respingono nel momento in cui questo viene loro offerto, quasi imposto, come avviene ad esempio, con i “senzatetto”. Questo metodo si chiama Soup, Soap, Salvation(dall’inglese zuppa, sapone, salvezza) e consiste nel creare un legame con l’altro instaurando un rapporto personale e ricevendo in cambio un atteggiamento più aperto e disponibile, in seguito all’offerta di un pasto caldo e di migliori condizioni igieniche, che porterà poi a proporre la propria proposta di “salvezza”.
Nel caso dei bambini del distretto Toyen, i responsabili della biblioteca si sono avvicinati ai ragazzi gradualmente, senza aggredirli con la soluzione diretta ai loro problemi, rispettando i loro tempi e i loro spazi, lasciando che fossero loro a scegliere di entrare in biblioteca. Anche in questo caso, il successo non ha faticato ad arrivare.
Deichman Bjørvika
La biblioteca può portare cambiamenti sociali anche in contesti meno bisognosi. È il caso della biblioteca centrale di Oslo, la Deichman Bjørvika, situata nel centro della capitale. Si tratta di un imponente edificio di 6 piani (13.500 mq) affacciato sul fiordo norvegese, aperto quasi ogni giorno dell’anno (è chiusa in tutto 4-5 giorni l’anno).
La Deichman Bjørvika è il centro culturale e sociale principale della città con 450,000 media tra cartacei e digitali.
Al piano terra è presente un bar in quanto non è proibito il consumo di cibi e bevande in tutti gli spazi del Centro, uno store per gadget e souvenirs, e il sistema automatizzato di restituzione dei libri su cui si basa l’intero sistema dell’edificio. Appena si entra, complici le grandi vetrate e il pavimento volutamente poco uniforme, si ha la sensazione di trovarsi al centro di una piazza, dinamico crocevia di persone e attività.
Ogni piano è un openspace che si sviluppa intorno a dei grossi vuoti centrali più o meno concentrici che favoriscono il fluire degli spazi e della luce naturale, che penetra dalle finestre e dai lucernari, tra un piano e l’altro. Tutti i soffitti di questi grandi spazi aperti e potenzialmente rumorosi sono ricoperti di materiale fonoassorbente che contribuisce a mantenere ogni ambiente, silenzioso e piacevole.
Anche in questo caso, nella biblioteca non ci sono solo libri: sono presenti aree gioco e lettura per bambini, aree per eventi e concerti, un auditorium da 200 posti, postazioni di lavoro, postazioni pc, piccoli laboratori sartoriali, altri preposti all’utilizzo di stampanti 3D e piccoli utensili per il lavoro manuale, una sala di registrazione gestita da ragazzi dai 16 ai 21 anni, due sale cinema, una stanza per videogiochi, sale per meeting e tante zone relax per stare da soli o per socializzare, tutti servizi gratuiti.
L’esempio della Deichman è fondamentale per capire che è possibile integrare spazi e attività non strettamente legate al prestito di libri all’interno della biblioteca, ma che questa può essere un luogo in cui la cultura (e la comunità) abbia la libertà di espandersi ed esprimersi in tutte le sue forme, non solo attraverso i volumi negli scaffali.
La cultura, nella sua interezza, riguarda tutti, è umana, è sociale, e perciò la biblioteca non può limitarsi ad uno scambio di servizi o di prodotti, ma deve favorire, sostenere e incoraggiare gli scambi tra persone.
Deichman Oppsal
L’ultimo caso approfondito durante il terzo giorno di viaggio ad Oslo è stata la Deichman Oppsal, una biblioteca age- e dementia-frendly in un distretto a pochi chilometri dalla città. In questo distretto l’età media è più alta che nel resto della città, e la concentrazione di persone anziane è maggiore rispetto al centro. Aperta nel 1979, registra circa 85mila visite e 60mila prestiti l’anno. L’edificio è parte dell’Oppsal Community Center che comprendere altri servizi, tra cui centro per anziani, associazioni di volontariato, ambulatori e una parrucchiera. La biblioteca collabora, nella programmazione, interfacciandosi continuamente con queste realtà.
Nel 2018 il dipartimento comunale che si occupa di salute e all’invecchiamento, ha chiesto alla rete bibliotecaria di collaborare con la rete municipale di assistenza domiciliare. Da maggio 2018 a marzo 2019 è stato realizzato un progetto pilota che ha visto queste tre realtà collaborare, con il fondamentale supporto del centro di ricerca interno alla rete municipale di assistenza domiciliare.
I tre aspetti su cui si è concentrato il progetto pilota:
lo spazio fisico
la programmazione di attività di qualitàla formazione del personale rispetto al tema della demenza
Il progetto pilota è stato realizzato da un gruppo di lavoro formato da bibliotecari e da persone dell’agenzia di assistenza domiciliare e monitorato da un comitato di valutazione. Anche in questo caso, parte fondamentale del progetto è stata l’interazione e il coinvolgimento degli utenti per capire quali fossero i loro desideri e bisogni. Per ingaggiare gli anziani si sono appoggiati sulla rete di assistenza domiciliare e sulle associazioni che lavorano con le persone anziane e con la demenza senile. Lo staff della biblioteca ha frequentato un corso per fare crescere la consapevolezza di cosa vuol dire interagire con gli anziani e un corso di formazione sulle malattie neurodegenerative come la demenza senile.
I risultati del progetto:
Lo spazio fisico
Segnaletica e organizzazione spaziale per una migliore accessibilità è stato il principio fondamentale che ha guidato le operazioni di arredamento degli spazi interni.
Sono stati liberati gli spazi creando corridoi liberi da ostacoli che fungessero da percorsi per semplificare il raggiungimento delle aree di utilizzo, come tragitto dritto e diretto dall’ingresso alla reception. Questo tipo di organizzazione aiuta anche nel momento in cui gli utenti desiderino lasciare la biblioteca. La definizione di questi percorsi non si limita solo all’interno della biblioteca, ma si estende anche al di fuori attraverso cartelli che identifichino l’itinerario per raggiungere facilmente la biblioteca.
La segnaletica si traduce anche nella scelta dei colori: creare contrasti di colore nell’arredamento aiuta gli utenti che hanno difficoltà a distinguere i colori troppo simili a muoversi meglio nello spazio e a distinguere gli oggetti più facilmente (un cuscino rosso su un divano grigio). I muri e lo sfondo delle targhette che identificano il genere dei libri sono neri, giocando sul contrasto con il bianco e i colori più chiari per facilitare la lettura.
La strategia dei contrasti è stata applicata anche alle numerose porte della biblioteca che confondevano gli utenti. Le porte ad utilizzo esclusivo del personale sono state dipinte dello stesso colore delle pareti in modo da far emergere le porte utili agli utenti, come la porta del bagno.
Anche la scelta e la disposizione delle luci hanno giocato un altro ruolo fondamentale nel rendere chiare le indicazioni presenti, leggibile la segnaletica e migliore la capacità di orientarsi nello spazio.
Inoltre, i bibliotecari o in generale il personale della biblioteca è tenuto ad indossare un gilet con logo e scritte in modo da essere più riconoscibili all’interno dell’ambiente biblioteca e utilizzano sempre un microfono per farsi sentire chiaramente dagli utenti più anziani.
Programma di attività di qualità
Anche in questo caso, fondamentale è stata l’indagine diretta nei confronti dei reali bisogni dell’utente della Deichman Oppsal: imparare a usare il pc soprattutto se ci sono giovani ad insegnare, più attività che comportano movimento fisico a partire dal ballo, più libri, racconti brevi, audiolibri, attività di lettura di gruppo, lasciare le attività aperte a chiunque voglia unirsi senza etichettare le attività come “per anziani”. Anche i parenti degli anziani hanno dimostrato la volontà di unirsi alle attività organizzate ma anche di essere formati e informati su tematiche della vecchiaia e demenza.
Formazione del personale
I servizi bibliotecari non sono sempre accessibili alle persone anziane e molto spesso non è possibile semplificarle per venire incontro alle loro difficoltà. Ad esempio, l’utente deve sempre ricordarsi la tessera, ricordarsi il pin, avere in mente quale sia la postazione giusta per il prestito ecc. quindi il personale viene formato per rendere lo spazio e i servizi più accessibili.
Lo staff ha avuto una formazione in merito alla consapevolezza (awareness training) della condizione e delle difficoltà delle persone con demenza. Hanno imparato come interagire e come comunicare, hanno appreso i principi dell’accessibilità fisica e cognitiva degli spazi (in base ai principi di universal design). Lo staff della biblioteca è accogliente nei confronti delle persone anziane, le aiutano ad accedere ai servizi, sono formate per capire lo stato di demenza e gestirlo per fare in modo che l’esperienza in biblioteca sia la più positiva possibile. Hanno poi iniziato a stampare i programmi mensilmente in modo da dare un minimo di prospettiva agli utenti che possono così meglio organizzarsi.
Nonostante non sia insolito pensare che gli anziani siano tra le generazioni più restie al cambiamento, l’innovazione della Deichman Oppsal non ha trovato oppositori. Naturalmente, anche a loro capita di ricevere qualche lamentela nei momenti in cui la biblioteca non è del tutto silenziosa (durante eventi o in caso di presenza di bambini) ma iniziando accettare il fatto che questo doppio uso della biblioteca esiste (luogo di studio e silenzio, luogo di incontro e scambio) e creando spazi e sale chiuse in cui si può stare in silenzio o ci si può isolare dai rumori, hanno trovato il loro equilibrio.
Conclusioni
Queste realtà non profumano solo di libri, ma anche di vita e di persone, sono modelli esemplari da cui ripartire per la progettazione delle biblioteche in Italia: non solo a livello strutturale/organizzativo, ma soprattutto nel ripensare al potenziale che trattengono in quanto ancora legate alla tradizione, o meglio, abbandonate all’abitudine di considerare la biblioteca come un contenitore di cultura, libero e accessibile a tutti sulla carta, ma di fatto chiuso in se stesso e immobile nel tempo.
Aprirsi ai cittadini e alle loro esigenze, rischiando e cambiando, è la chiave per portare e ricevere valore a livello culturale e sociale, per riattivare e riunire le comunità, per supportare e ispirare le generazioni, dalle più giovani alle più anziane.
Le biblioteche pubbliche sono spazi di conoscenza, cultura e apprendimento. Oltre ad offrire libri e risorse, svolgono un ruolo fondamentale nell’incoraggiare le persone a sperimentare, esplorare e imparare. Quando le biblioteche si raccontano, danno maggior, se non esclusivo, rilievo al successo piuttosto che al fallimento. Mentre una delle esperienze più intense che mi sono portata a casa da Next Library è stato l’invito a celebrare i propri errori, partendo dal dichiarare esplicitamente di averli commessi. “YES, I MADE A MISTAKE” è stato il motto di questa edizione di Next Library.
Questo articolo si propone di evidenziare l’importanza di imparare a celebrare il fallimento nelle biblioteche pubbliche e di trarre insegnamenti dagli errori commessi.
TRASPARENZA E FIDUCIA
Celebrare i propri errori permette alle biblioteche pubbliche di instaurare una cultura di trasparenza e fiducia. Riconoscere apertamente gli errori dimostra che l’organizzazione è disposta ad ammettere le proprie imperfezioni e a imparare dagli errori commessi. Questo favorisce un ambiente in cui i dipendenti e gli utenti si sentono più sicuri nel condividere le proprie idee e suggerimenti, creando un ciclo di miglioramento continuo.
APPRENDIMENTO ORGANIZZATIVO
Gli errori sono preziosi momenti di apprendimento organizzativo. Le biblioteche pubbliche possono celebrare i propri errori aprendo spazi per la riflessione e la discussione sulle lezioni apprese. Questo può avvenire attraverso sessioni di formazione interna, gruppi di discussione o incontri periodici in cui vengono analizzati gli errori commessi e si individuano strategie per evitarli in futuro. L’apprendimento organizzativo permette alle biblioteche di crescere e migliorare costantemente i propri servizi e le proprie pratiche.
INNOVAZIONE E ADATTABILITÀ
Celebrare gli errori incoraggia l’innovazione e l’adattabilità nelle biblioteche pubbliche. L’esperienza dei fallimenti può essere un’opportunità per esplorare nuove idee, approcci e soluzioni. Le biblioteche possono promuovere la sperimentazione e l’assunzione di rischi calcolati, sapendo che anche in caso di fallimento, ci saranno lezioni preziose da apprendere. Questo favorisce l’adattamento ai cambiamenti e l’introduzione di nuovi servizi e programmi per soddisfare meglio le esigenze della comunità.
COINVOLGIMENTO DELLA COMUNITÀ
La celebrazione dei propri errori può coinvolgere attivamente la comunità servita dalle biblioteche pubbliche. Organizzare eventi o iniziative in cui si condividono storie di errori e si invitano gli utenti a condividere le proprie esperienze può creare un senso di connessione e di partecipazione. Questo coinvolgimento può portare a una maggiore comprensione reciproca e ad un migliore allineamento dei servizi bibliotecari con le esigenze della comunità.
MODELLI DI RUOLO PER L'APPRENDIMENTO
Le biblioteche pubbliche hanno il potenziale di fungere da modelli di ruolo per l’apprendimento continuo e la gestione degli errori. Mostrare come le biblioteche affrontano e imparano dai propri fallimenti può ispirare altre organizzazioni e membri della comunità ad adottare una mentalità di crescita e ad affrontare gli errori come opportunità di apprendimento. Questo può avere un impatto positivo sull’intera comunità, promuovendo una cultura in cui gli errori sono visti come parte integrante del processo di miglioramento.
CONCLUSIONE
Celebrare gli errori e imparare da essi è un aspetto fondamentale per le biblioteche pubbliche come organizzazioni. Questo atteggiamento aperto e proattivo nei confronti degli errori promuove la fiducia, l’innovazione e l’apprendimento continuo. Trasformare i momenti di fallimento in opportunità di crescita consente alle biblioteche pubbliche di offrire servizi e programmi sempre più efficaci e rilevanti per la comunità che servono.
Leggi anche il nostro articolo sull’importanza di imparare ad affrontare una sconfitta qui.
Chat GPT è sulla bocca di tutti da ormai un mese, e se non fosse sufficiente la mole di articoli e video pubblicati sull’argomento, basterebbe cercare di accedere alla pagina ufficiale perennemente bloccata a causa dell’enorme numero di utenti, per rendersi conto della portata di questo fenomeno.
Si parla già della fine di Google, dei programmatori e dei copywriter. Si parla di cambiamento epocale, della più grande scoperta dalla nascita di internet. Dagli scenari apocalittici, neanche tanto velatamente ripresi dalle pagine di Asimov, fino all’entusiasmo di chi crede che il mondo sta inevitabilmente per cambiare; Chat GPT ha fatto parlare di sé e continua a far parlare di sé.
Ma che cos'è Chat GPT?
Per i pochi, rari (rarissimi), che in quest’ultimo mese si sono dati all’internet detox ecco di cosa stiamo parlando. Chat GPT è l’acronimo di Generative Pretrained Transformer, uno strumento di elaborazione del linguaggio naturale che utilizza algoritmi avanzati di apprendimento automatico per generare risposte simili a quelle umane all’interno di un discorso.
Ovvero, in parole semplici, Chat GPT è un Chatbot a cui gli utenti possono fare qualsiasi domanda, che lui è in grado di elaborare per formulare risposte complete e coerenti nell’ambito del discorso. Chat GPT sembra possedere “la conoscenza”.
Come sempre, non c’è soluzione migliore per comprendere qualcosa che sperimentarla in prima persona, quindi il consiglio è di fare un salto a questo link, nel caso non lo abbiate già fatto, per provare di persona.
Chat GPT è frutto del lavoro di OpenAI (organizzazione no profit per la ricerca sull’intelligenza artificiale), e nasce allo scopo di migliorare l’interazione uomo-macchina, in una miriade di applicazioni e contesti diversi.
Per esempio, immaginiamo di utilizzare questa chatbot nel servizio clienti, dove Chat GPT può gestire le domande più comuni della clientela e fornire risposte istantanee, agevolando notevolmente il lavoro degli operatori.
Ma come vi accorgerete presto questo strumento è molto più di questo.
Da quando la piattaforma è finita al centro dell’attenzione del pubblico non sono mancati gli esperimenti e i test: tutti volevano capire fino a che punto questa novità era veramente sorprendente e innovativa come si anticipava.
Chi chiede un articolo blog, chi una breve dissertazione sulla condizione degli universitari italiani, chi la trama per un fumetto, chi l’incipit di un thriller.
È diventato subito chiaro che Chat GPT può scrivere, e se non ha ancora acquisito la medesima naturalezza in tutti gli ambiti, è solo questione di tempo prima che il chat bot sia perfettamente capace di sostituire la penna umana.
Immaginiamo l’impatto che una tale scoperta ha avuto sulle persone che lavorano in ambito creativo: copywriter e content writer si sono trovati di fronte ad un problema che mette in discussione l’essenza stessa del loro lavoro. Ma anche noi, i cosiddetti Gant writer – ovvero i progettisti da bando – ci siamo trovati a riflettere sul nostro futuro.
La domanda sorge spontanea: Chat GPT sta per sostituirmi?
Arriverà il giorno in cui presentare un progetto significherà aprire il proprio pc, entrare nel chatbot, e digitare qualche domanda? Il progettista è una figura destinata ad estinguersi di fronte a questa enorme rivoluzione?
Come potete immaginare il dibattito ci ha tenuti impegnati per parecchi giorni, ed essendo il nostro uno studio tendenzialmente portato al confronto non abbiamo disdegnato di esprimere ognuno la sua opinione. E anche tra noi si è creato uno spartiacque inevitabile tra i più scettici, forse un po’ conservatori e diffidenti, e gli entusiasti. Ma alla fine siamo giunti una conclusione: Chat GPT potrebbe sostituire completamente i Grant Writer, e dico potrebbe perché nel caso succedesse sarebbe in quel caso solo colpa nostra.
Il problema nasce quando la progettazione si trasforma, per qualche strano movimento semplificatorio, in scrittura di una candidatura, e niente di più. Ovvero quando il progettista si trasforma in amanuense, e si limita a compilare le schede più o meno complesse, che gli enti erogatori allegano alle istruttorie. Se il nostro lavoro è saper scrivere un progetto, allora di certo un giorno potremmo essere sostituiti. Soprattutto considerando che, a differenza di un content creator, come grant writer non ci viene richiesto un grande sforzo di creatività nella scrittura né di originalità, e che la forma ha importanza nel limite in cui rende l’idea progettuale il più chiara possibile. Difficilmente un ente erogatore porrà grande attenzione nello stile di scrittura, che non è altro che il mezzo necessario per trasmettere il progetto, non il progetto stesso.
Se quindi la scrittura non è altro che la modalità che utilizziamo per veicolare i nostri progetti, perché viene posta al centro del lavoro del progettista, diventandone il focus.
Cosa vuol dire progettare?
Tutto sta in quello che il cliente vede e percepisce come “concreto”.
Il bando richiede un progetto, progetto che va dettagliato in un documento, ipotizziamo, di 70 pagine, quindi il lavoro del progettista non è che questo: scrivere.
Naturalmente si tratta di una grande semplificazione, che tiene conto unicamente del risultato finale “visibile” e scivola allegramente sopra le fasi intermedie.
Ma come facciamo a mostrare che la scrittura non è che una parte, ad essere veritieri minoritaria del nostro lavoro?
Si potrebbe cominciare nel mostrare al cliente il processo di progettazione e i suoi step come entità separate, parti di un percorso coerente.
Un altro elemento è l’introduzione del concetto di prototipo. Il primo risultato di un percorso di progettazione è l’elaborazione di un prototipo, che non necessariamente deve assumere la forma di un progetto scritto, e che anzi , spesso è esplicitato più chiaramente nei documenti di medio termine utilizzati ai fini della progettazione (il quadro logico, il work plan …) che spesso non sono richiesti dagli enti erogatori.
Infine, si può ipotizzare di condividere i risultati attesi, prima dell’avvio dei lavori di progettazione, con il cliente, mostrando chiaramente come il documento descrittivo di progetto non è che un elemento dell’intero processo.
Quindi no, a nostro parere Chat GPT non sostituirà i progettisti, non se essi saranno in grado di valorizzare e raccontare il proprio lavoro. che è costituito principalmente dal saper condurre l’ideatore del progetto nel processo che porta al dettaglio di ogni singola parte partendo dall’analisi del contesto e del problema evidenziato, di cui il progetto si candida ad essere la (migliore) soluzione (magari progettata e disegnata insieme ai destinatari della stessa).
Al contrario, questo strumento potrebbe dimostrarsi un prezioso supporto, che andrebbe a ridurre il tempo dedicato alla scrittura , ampliando le ore di progettazione vera e propria…e finalmente la nostra job description potrebbe cambiare da grant writer a project designer.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza(PNRR) è uno strumento complesso, suddiviso in Missioni, a loro volta suddivise in Componenti, le quali si dividono in Riforme (da attuare a livello legislativo) ed Interventi (da attuare attraverso contributi a fondo perduto chiamati Investimenti).
Imparare a districarsi in questo quadro richiede tempo e può sembrare superfluo. Tuttavia è importante capire in quale Missione, in quale Componente, in quale Investimento ci troviamo per comprendere al meglio che cosa gli enti erogatori cercano nel progetto che vorremmo candidare. Infatti è attraverso i Bandi che i vari Ministeri e Regioni declinano in obiettivi specifici le tematiche trasversali e gli obiettivi di Missione, di Componente e di Intervento.
In questo articolo del nostro blog, suddiviso in due parti, vi presenteremo un bando che sarà pubblicato a breve cercando di inserirlo in un contesto allargato, con un livello di analisi degli obiettivi di più ampio respiro.
Ogni contributo a fondo perduto finanziato all’interno del PNRR non può essere slegato dal quadro globale, ed è fondamentale riuscire a comprenderne le logiche per massimizzare le probabilità di ottenere le agevolazioni economiche per i nostri progetti.
Vi proponiamo questo tipo di contenuto come forma di esercizio che vi invitiamo a fare ogni volta che vi chiedete: “Il mio progetto risponde correttamente agli obiettivi dell’Avviso pubblico?”
Study Case
Il Ministero della Cultura ha pubblicato le linee d’indirizzo per attuare gli investimenti previsti nel PNRR che rispondono all’obiettivo specifico di “Capacity building per gli operatori della cultura per gestire la transizione digitale e verde”. Nelle prossime settimane saranno emanati gli Avvisi per la selezione dei progetti da finanziare.
Vediamo insieme dove è collocato, rispetto al quadro generale del PNRR, lo stanziamento di 160 milioni erogato dal Ministero della Cultura che presto verrà messo a Bando.
Solitamente la collocazione è rappresentata da una sigla di questo tipo: M1C3.3; tale sigla è da leggere in questo modo: Missione 1, Componente 3, Intervento 3. Partendo da questo riferimento potremo consultare il documento del PNRR (disponibile a questo link ) per avere una migliore comprensione dei bisogni che il nostro progetto dovrà soddisfare.
L’investimento che vi stiamo presentando si colloca nella Missione 1: “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura e Turismo”, nella Componente 3 “Turismo e Cultura”.
La Missione
Tra gli obiettivi generali della Componente 3 troviamo ad esempio:
Supportare la transizione digitale e verde nei settori del turismo e della cultura
Sostenere la ripresa dell’industria turistica culturale e creativa
Andando ancora più nel dettaglio vediamo che la sigla M1C3.3 colloca l’Investimento “Capacity building” all’interno dell’Intervento “Industria culturale e creativa 4.0”: lo 0.16 (miliardi) in tabella indica lo stanziamento previsto per realizzarlo, ossia 160 milioni di euro.
A questo punto nel testo del PNRR possiamo ottenere informazioni più dettagliate sugli obiettivi via via più specifici dell’Investimento, anche in virtù di quelli generali e trasversali.
Nel nostro study case, ad esempio, vediamo come il divario territoriale, di genere e generazionale siano delle criticità comuni che andrebbero indirizzate in ogni progetto presentato. O ancora scopriremo che l’Investimento vuole innanzitutto rilanciare il settore culturale e creativo come volano per generare valore all’interno del comparto turistic. Nel farlo però si interseca con la necessità di formare gli operatori, quella di migliorare la sostenibilità ambientale, quella di favorire il passaggio al digitale…
Avere un livello di approfondimento così puntuale sarà un valore aggiunto importante per ideare un progetto capace di soddisfare le aspettative dell’ente erogatore e arrivare davanti alla numerosa concorrenza.
Nella seconda parte di questo articolo, che pubblicheremo a breve, vi forniremo i dettagli delle linee d’indirizzo pubblicate dal Soggetto Gestore dell’Investimento (Ministero della Cultura).
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Il 24 marzo la nazionale italiana ha subito una sconfitta epocale, da parte della Macedonia del Nord, con la consequente esclusione dai Mondiali 2022. A distanza di 4 anni dai mondiali 2018, ancora una volta, il paese si vede escluso da uno degli eventi sportivi più importanti e seguiti a livello internazionale. Ma malgrado l’amarezza, quanto accaduto ci offre uno spunto di riflessione importante. La sconfitta è inevitabile in tutti gli ambiti della vita, e lo è in maniera particolare nel mondo dei bandi di finanziamento: prima o poi ogni organizzazione si troverà a dover accettare di aver perso.
Perché la sconfitta è inevitabile?
Partecipare ai bandi di contributo e finanziamento è un’attività stimolante ed estremamente profittevole per un’organizzazione – sia essa un’ente non profit, un ente pubblico, un’azienda ecc. – se fatta professionalmente. Ma, questo non impedisce certamente le inevitabili sconfitte lungo il percorso.
Per loro stessa natura i bandi prevedono dei “vincitori” e dei “perdenti”. Partecipare ad un bando, per certi versi, vuol dire scommettere su di un progetto in cui si crede, che potrebbe rivelarsi vincente come fallimentare. Soprattutto negli ultimi anni, l’impennata di domande di contributo e la sempre maggiore attenzione intorno ai contributi erogati (anche grazie all’avvio del PNRR), ha avuto come conseguenza un forte aumento della concorrenza. A sostenere l’incremento delle richieste vi è un aumento consistente degli strumenti di finanziamento, con una disponibilità di fondi enorme se confrontata agli anni passati.
Quindi un’organizzazione che si appresti a presentare un progetto deve essere ben consapevole che la sua abilità di presentare un progetto ben strutturato e rispondente alla richieste dell’ente erogatore non è sinonimo di vittoria certa. Proprio a causa dell’altissima concorrenza, anche progetti di qualità rischiano di non arrivare tra quelli finanziabili. Nella maggior parte dei bandi, la percentuale di domande finanziate è di circa il 10% del totale delle richieste presentate.
Come affrontare la sconfitta.
Appurato che la sconfitta va messa in conto come possibilità, come la si affronta?
Sembra quasi un controsenso: investire nella preparazione di un progetto vincente; utilizzare tempo, risorse e denaro per poi vedersi negato il contributo! La domanda “chi me lo fa fare?” appare più che legittima.
Proprio per questo lapartecipazione ad un bando non può essere un evento una tantum, ma parte di una strategia strutturata e coerente che richiede l’impegno costante dell’organizzazione in questione, oltre che un continuo monitoraggio delle opportunità disponibili. Per sapere di più su come partecipare ad un bando leggi il nostro articolo al riguardo qui.
Quindi ecco qui le strategie da utilizzare per non lasciare che la paura del fallimento vi privi di questa importante possibilità:
Essere organizzati: presentarsi ai bandi saltuariamente e in maniera caotica non è una strategia efficacie, al contrario si rivela dispersiva e fallimentare. Al contrario avere un impianto strutturato di ricerca e selezione dei bandi, capace di individuare per lo stesso progetto più opportunità di finanziamento, così da incrementare le possibilità di ottenere il contributo è essenziale.
Selezionare i bandi a cui partecipare: presentarsi a tutti i bandi in maniera indiscriminata non è una strategia vincente. Vi farà solo perdere tempo e sprecare risorse. Affidarsi ad un progettista esperto in questa fase è fondamentale, in quanto sarà in grado di indirizzarvi verso le opportunità più adatte a voi. Scopri di più sul nostro metodo di selezione del bando qui.
Cercare il riscontro: uno degli elementi più importanti di una mancata ammissione a contributo sono le motivazioni che hanno portato a questa decisione. Sapere il perché della nostra esclusione è fondamentale per prepararsi ad una futura ricandidatura e migliorare la propria metodologia di progettazione. Nel caso dei bandi europei al risultato negativo si accompagna una relazione di valutazione, in cui vengono esposte le ragioni dell’esclusione; inoltre i Desk (uffici) italiani, che si occupano della valutazione, sono disponibili al confronto diretto. Altri enti non sono altrettanto disponibili, ma cercare un riscontro è sempre importante, per evitare gli stessi errori nel futuro.
Avere un piano b: non accontentarsi di presentare un progetto ad un unico bando, ma avere sempre un piano b per maggiore sicurezza. Alle volte ci sembra di aver trovato il bando perfetto per il nostro progetto, e le probabilità di vittoria ci appaiono quasi scontate: mai sedersi sugli allori! Anche in questi casi è importante darsi da fare per trovare uno strumento alternativo con cui finanziare il proprio progetto.
Non farsi scoraggiare dalla sconfitta: perdere fa “parte del gioco”, prima ci si abitua a questa realtà, migliori saranno i risultati futuri. Alle volte il mancato ottenimento di un contributo non dipende da noi, ma da altri fattori come: la scarsità di risorse, oppure un livello di competizione molto alto. L’importante è non arrendersi e andare avanti a credere nei propri progetti.
Perchè la sconfitta è importante
Perchè ci costringe a metterci in discussione, a porci delle domande. Era davvero un progetto rilevante rispetto agli obiettivi del bando? Ho preso in considerazione tutti i criteri di valutazione per massimizzare le mie possibilità? Ho analizzato i bisogni, le esigenze del territorio, supportando la mia analisi con dati oggettivi?
Quando si crea un progetto il rischio è sempre quello di rinchiudersi nella propria bolla, tanto da esserne accecati. Il progettista è in continua discussione con sè stesso e confronto con i suoi interlocutori. Dagli insuccessi trae esperienza e della sana autocritica.
Quindi imparare a perdere è forse una delle prime lezioni da fare proprie quando si entra nel mondo dei bandi. Il successo arriva a chi ha pazienza ed è disposto a rischiare.
I bandi di finanziamento sono uno strumento utilizzato da enti erogatori per finanziare i progetti delle organizzazioni non profit, definendo le finalità e le tipologie di interventi realizzabili ed i requisiti per poter presentare domanda.
I bandi sono emanati da diverse fonti, sia pubbliche che private, come ad esempio: Fondazioni Bancarie e di Comunità, Fondazioni di impresa, Enti filantropici, Regioni, Ministeri e Commissione Europea.
Che cos'è il Grant scouting?
Per Grant scouting si intende l’attività di ricerca di bandi di finanziamento, ed è una delle principali attività svolte da un fundraiser. L’identificazione del bando più adatto ad un progetto o ad uno specifico momento nella vita dell’organizzazione non è un compito semplice: richiede l‘esperienza necessaria a comprendere in maniera chiara il bando e gli scopi che si propone di raggiungere, oltre che a un notevole investimento di tempo. Lo scouting iniziale è un momento chiave dell’intero processo, in quanto permette all’ente di concentrare le proprie risorse verso gli strumenti finanziari adeguati, senza disperdere le proprie energie e risorse per partecipare a tutti i bandi, con il rischio (molto alto) di non vincerne nemmeno uno. Che siate un’organizzazione di grandi dimensioni o una piccola realtà poco importa, entrambe potreste beneficiare dalla partecipazione ai bandi di finanziamento. L’importante è individuare lo strumento più adatto alle proprie esigenze: la tentazione (soprattutto all’inizio) può essere quella di lanciarsi su qualsiasi bando pur di ottenere un contributo, arrivando anche a snaturare il proprio progetto. Questa è certamente una strategia fallimentare. Per questo la capacità di attendere l’occasione ed il momento giusto è una delle caratteristiche fondamentali del Grant scouting.
Avvalersi della collaborazione di un fundraiser specializzato è fondamentale, e può fare la differenza tra una strategia di Grant scouting di successo e una fallimentare. Scopri il nostro approccio qui.
Cosa prevedono i Bandi di Finanziamento?
Generalmente i bandi hanno una serie di caratteristiche comuni:
Un beneficiario o più beneficiari con determinate caratteristiche (non profit, non profit con almeno due anni di esperienza, non profit che operano in ambito culturale ecc.)
Un territorio di riferimento (Regionale, comunale ecc.)
Un totale di risorse a disposizione
Un totale di risorse a disposizione del singolo progetto
I termini di apertura e chiusura del procedimento
Un gruppo di destinatari
Una serie di obiettivi che si prefissano di contribuire a raggiungere
Una serie di attività e di spese finanziabili
Una serie di attività e di spese non finanziabili
I documenti richiesti ai fini della partecipazione
I progetti presentati devono rispondere ad un bisogno sociale concreto e dettagliare in maniera puntuale lo svolgimento delle attività di progetto. La progettazione, nella presentazione di una domanda di finanziamento, è un elemento prioritario per dimostrare all’ente erogatore di essere in possesso delle competenze necessarie a gestire il finaziamento. Inoltre, l’aumento della competizione in questo settore, e il numero crescente di domande hanno portato a un rafforzamento dei criteri formali richiesti e ad una maggiore complessità nella presentazione dell’istruttoria; sempre più centrali per farsi notare tra i molti sono gli aspetti legati alla governance, al monitoraggio ed alla valutazione, ossia la capacità di
5 miti da sfatare sulla partecipazione ad un bando di finanziamento
Ottenere un contributo per un progetto già in parte finanziato da un altro ente erogatore è più difficile” Al contrario, gli enti finanziatori preferiscono sapere che siete già stati finanziati in passato: questo vi rende più affidabili ai loro occhi e da credito al progetto. “Più il partenariato è grande, più si alzano le chances di successo” Non è il numero dei partner a rendere un partenariato forte, ma la coerenza tra le realtà individuate e gli obiettivi e le attività di progetto. “Il mio progetto è rivolto a tutti, quindi è più inclusivo” Scegliere di rispondere a tutti i bisogni e tutti i beneficiari equivale a non sceglierne nessuno. Un intervento costruito e pensato su di un utente generico è destinato a fallire.”Più il progetto è lungo, ovvero più scrivo, più la mia idea sembrerà ben strutturata” Visto il numero di bandi che vengono pubblicati ogni giorno, gli enti erogatori hanno sempre meno tempo per la valutazione e incoraggiano, quando possibile, alla brevità. La capacità di sintesi e la chiarezza espositiva sono spesso un elemento di valutazione positiva.”Meglio non evidenziare possibili criticità, renderebbero il mio progetto debole” Al contrario, la capacità dei richiedenti di saper valutare i propri punti deboli ed elaborare di conseguenza una strategia di gestione del rischio è fondamentale ai fini della valutazione.
Il design thinkingper le biblioteche pubbliche è una metodologia di progettazione di soluzioni innovative per dare risposte concrete a sfide progettuali che riguardano nuove attività, nuovi servizi, nuovi programmi all’interno della biblioteca. Nella letteratura organizzativa, il design thinking è annoverato fra le metodologie human centered, e, come tale, punta tutto sulle persone che lo utilizzeranno.
Questa metodologia è stata applicata per la prima volta alle biblioteche pubbliche con la pubblicazione del Design Thinking For Public Libraries Toolkit, frutto del lavoro dello studio di design Ideo insieme al centro culturale Dokk1 di Aarhus ed alla Chicago Public Library. L’intenzione era quella di fornire ai bibliotecari uno strumento per progettare e realizzare l’innovazione e il cambiamento in biblioteca, puntando tutto sulla risorsa certa che le biblioteche possiedono: i bibliotecari stessi.
La prima vera sfida di Design Thinking for Public Libraries è dunque proprio quella che riguarda la capacità di coinvolgere i bibliotecari e renderli agenti attivi del cambiamento e dell’innovazione.
Design Thinking è descritto nel manuale come un processo costituito da 5 fasi distinte che si susseguono una all’altra ma che, qualora non si sia soddisfatti degli esiti di una delle fasi, è possibile (anzi suggerito) percorrere in senso contrario, senza appesantire il percorso creativo o peggio, compromettere il risultato finale.
Risultato finale che è rappresentato da un prototipo della soluzione progettata.
Dunque la soluzione che risulta essere il risultato del processo di Design Thinking è un vero e proprio modello del servizio, presenta tutte le caratteristiche e le modalità organizzative, che consentiranno ai destinatari di comprenderne il funzionamento e consentirà ai bibliotecari, di replicarlo su scala reale.
Un passaggio fondamentale della metodologia è rappresentato dal diagramma di Venn sulle caratteristiche fondamentali del prototipo: Desiderabilità (cosa desiderano i miei interlocutori?); Fattibilità (ho a disposizione gli strumenti tecnici e organizzativi per realizzare la soluzione?); Sostenibilità (posseggo le risorse per realizzare e mantenere nel tempo la soluzione?).
Fra tutte le soluzioni create nel processo di progettazione, solo quella che presenterà tutte e tre queste caratteristiche sarà prototipata, sottoposta al test di validazione e successivamente messa su scala.
Per capire come si svolge un percorso completo di progettazione con Design Thinking, non si può che applicarlo su un caso concreto. È una metodologia eminentemente pratica e operativa; spiegare, con la teoria, come funziona e come si svolge, è meno efficace che sperimentarla direttamente e fare propri gli apprendimenti per trasformarli (con l’esercizio continuo) in automatismi.
Vediamo brevemente le 5 fasi della metodologia:
Con la prima fase, quella dell’empatia e dell’ascolto, si incontrano le persone a cui sarà destinato il nuovo servizio, si raccolgono le informazioni, i racconti sui loro bisogni e le loro aspettative, su come si aspettano che la biblioteca elabori una risposta.
La fasi più creative sono quelle dell’ideazione e della costruzione del prototipo: nella fase dell’ideazione l’invito è a produrre una grande quantità di idee al motto “l’unica idea sbagliata è quella non espressa: siate ambiziosi e non temiate il fallimento”.
Il gruppo di progettazione riunito in uno spazio in cui la sfida è sempre presente, in quanto visualizzata su un supporto adeguato, così come tutti gli elementi raccolti e riassunti, produce ed esprime idee in un processo di brainstorming continuamente stimolato: è da questo grappolo di idee (e di post-it) e dal confronto e discussione fra i membri del gruppo, che scaturirà la soluzione che darà origine al prototipo.
Cartoncini, mattoncini lego, spago, colla, scatole di varia dimensione, palle da tennis…ogni materiale recuperato può essere utile alla costruzione del prototipo.
Ciò che conta è che il risultato finale sia visuale, che si possa toccare, rigirare fra le mani e osservare da angolazioni diverse. Deve consentire un’esperienza immersiva, dove la comprensione e la proiezione nel prossimo futuro, quando il prototipo sarà trasformato in servizio, sia immediata e lucida.
Il design thinking è un percorso creativo e divertente, partecipativo e inclusivo, targettizzato su destinatari specifici e focalizzato sul risultato da raggiungere: per tutti questi motivi risulta molto soddisfacente per i partecipanti e altamente efficace rispetto alla capacità di produrre soluzioni.
Oggi parliamo di Lego® Serious Play® un metodo, codificato (nato in seno a IMD una prestigiosa business school svizzera) usato dalle aziende di qualunque dimensione e settore per elaborare soluzioni a problemi organizzativi o per mettere a fuoco nuovi interventi. Si basa sulle teorie psico-pedagogiche del costruttivismo e del costruzionismo secondo le quali l’essere umano apprende più dall’esperienza personale che dalla teoria e crea modelli mentali dell’apprendimento elaborato. Un po’ complicato, ma se osserviamo i bambini giocare, le loro espressioni serissime e assorte ci rendiamo subito conto di cosa voglia dire, perché è molto evidente che in effetti mentre giocano stanno imparando. Lego® Serious Play® è una metodologia che ci riporta (noi adulti) a questo principio. Vuole stimolare quella parte del nostro cervello che agisce in maniera creativa e più efficace nell’individuazione di soluzioni e strategie a problemi specifici Inoltre usaere le mani, per il fatto che su di esse si concentra una quantità smisurata di ricettorinervosi, facilita il pensare in maniera costruttiva Così funziona Lego® Serious Play® il cui motto è proprio “pensare con le mani”.
Attraverso questa metodologia usiamo i mattoncini Lego per pensare e ideare soluzioni efficaci. Un elemento fondamentale di questa attività è il confronto con gli altri: ci viene chiesto di costruire dei modellini con i lego che rappresentino le nostre idee per poi confrontarli con quelli degli altri partecipanti. Dimenticate le riunioni dove tutti parlano sopra gli altri, senza ascoltarsi a vicenda, che non portano a soluzioni concrete. Lego® Serious Play® ci obbliga a pensare “outside of the box” e offre un approccio innovativo dove tutti hanno la possibilità di esprimere il proprio pensiero.
Quindi quando ci troviamo di fronte ad un problema di lavoro che vogliamo risolvere efficacemente, che riguardi l’organizzazione della nostra impresa, del nostro negozio, di uno spazio o di un nuovo servizio che vogliamo avviare e non sappiamo come, grazie a Lego® Serious Play® arriveremo insieme al nostro gruppo ad una soluzione concreta e condivisa …e in tre dimensioni.
Sei curioso e vorresti saperne di più?
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