LE BIBLIOTECHE DI OSLO NON PROFUMANO (SOLO) DI LIBRI

Dimenticate l’odore della polvere sui libri negli scaffali, della carta e dell’inchiostro, dimenticate il silenzio assordante rotto solo dal ticchettio dei tasti che si muovono sotto le dita dei bibliotecari. E voi bibliotecari, dimenticate le ore seduti a una scrivania, davanti a un monitor. O meglio, tenete bene a mente tutte queste cose mentre vi raccontiamo il nostro viaggio attraverso le biblioteche di Oslo.

Oslo

Questo settembre con lo studio e alcuni membri della Rete Bibliotecaria Bergamasca, siamo stati tre giorni nella capitale norvegese, in visita delle biblioteche della rete urbana.

A Oslo sono presenti in totale 25 biblioteche (contando anche quelle all’interno di strutture come ospedali e carcere) denominate Deichman, in omaggio a Carl Deichman, uomo d’affari, cancelliere e collezionista di libri vissuto in Norvegia nel 1700.
Nel pieno spirito illuminista dell’epoca, Deichman ha raccolto una collezione di oltre 6000 libri lungo tutta la sua vita, convinto che la conoscenza potesse innalzare il valore di un uomo. Nel 1780, prima di morire, lasciò in eredità la sua collezione di libri alla città di Christiania con l’intento di donare finalmente ai cittadini la loro prima biblioteca pubblica.

Oggi, a Oslo, la biblioteca non è percepita e vissuta solamente come un luogo di prestito di volumi, ma soprattutto come uno spazio multifunzione a disposizione della comunità per potersi incontrare, scambiare sì libri, ma anche conoscenze ed esperienze; viene usata come location per eventi, come centro di aggregazione. La biblioteca è dunque per la cultura, ma prima di tutto per il sociale.

Deichman Toyen

Un esempio plastico di ciò è la Deichman Toyen, una biblioteca situata in uno dei quartieri più difficili della città, la parte est. Questa zona, resa meno attrattiva dai gas delle aree industriali portate dai venti, rimane più povera rispetto al resto della capitale. Qui, le condizioni di povertà si riflettono in alti tassi di delinquenza e disagio sociale, un problema non indifferente all’occhio delle amministrazioni.

Per risolverlo, Reinert Mithassel, responsabile della biblioteca dal 2015, ha ripensato a questo spazio tenendo conto dei bisogni specifici del quartiere mettendo in discussione il ruolo della biblioteca e di chi se ne occupa.

Lavorando e confrontandosi con i bibliotecari e analizzando a fondo i bisogni della comunità del quartiere di Toyen, è emerso come la biblioteca, per incidere sul miglioramento delle condizioni di vita delle persone, non poteva essere uno spazio freddo e legato esclusivamente alla transazione di libri.
Era, dunque, necessario un cambiamento nei bibliotecari e negli ambienti per riuscire ad portare un nuovo modo di vivere la biblioteca.

Il primo passo è stato de-istituzionalizzare la biblioteca per mandare un messaggio di apertura verso la comunità: sono stati sostituiti tutti gli arredi con mobili e materiali di recupero che trasmettessero sensazioni di comodità, di calore, di accoglienza; gli scaffali con i libri sono stati decentralizzati e spostati sulle pareti, aprendo così gli spazi centrali a zone di lavoro e conversazione per gli utenti e le persone, posizionando divanetti, poltrone e tavolini; le vetrate contribuiscono a creare un continuo dialogo con l’esterno sia per chi fruisce della biblioteca che può godere della luce naturale e dell’ambiente circostante anche dall’interno, sia per chi rimane all’esterno, caldamente invitato ad entrare.


Con il tempo, è stato aggiunto uno spazio adiacente separato dal corpo originario, ma comunque comunicante con esso, per dare spazio a eventi e attività che spesso si sovrappongono o che sarebbero in contrasto con l’ambiente silenzioso della biblioteca.

In questo caso, il cambiamento degli ambienti e del ruolo della biblioteca ha richiesto, ad alcuni utenti e ad alcuni dipendenti, del tempo per riabituarsi al nuovo concetto di biblioteca, ma sacrificare un po’ di silenzio e di calma e le vecchie abitudini a favore di un ambiente più vissuto e dinamico ha decisamente ripagato.

La Deichman Toyen ha infatti triplicato la sua utenza: è passata dall’avere 100mila visitatori l’anno a 300mila, 1000 visitatori al giorno (due persone entrano ogni libro che esce).

Questa biblioteca è lo specchio del quartiere in cui si trova: ne fanno parte anziani, bambini, ragazzi, adulti, universitari, homeless…
La maggior parte di coloro che frequentano la biblioteca lo fa in primo luogo per godere dello spazio o per partecipare agli eventi (dai 10 ai 15 eventi a settimana), poi per leggere o studiare, e poi per chiedere in prestito un libro. La biblioteca è voluta e vissuta dalla comunità, tanto che è stato predisposto un sistema tramite app, per accedervi anche durante alcuni orari di chiusura in cui non è presente il personale.

Questo modello di “biblioteca sociale” è stato poi adottato per tutte le biblioteche di Oslo, riscuotendo ovunque lo stesso grande successo.

La centralità di questo luogo per il benessere dei cittadini è stato talmente rilevante che nel periodo di chiusura forzata delle attività durante la pandemia, le biblioteche sono rimaste aperte alla pari di ospedali, centrali di polizia e di vigili del fuoco. I politici hanno poi deciso di contare ancora una volta sulla biblioteca per risolvere un problema sociale ad alto rischio, quello della microcriminalità giovanile.

Deichman Biblo Toyen

Ponendosi le giuste domande e, soprattutto, trovando il giusto modo di interagire con bambini e ragazzi, sono nate le idee che hanno dato vita alla Deichman Biblo Toyen.
Approfondendo l’esperienza degli utenti, la biblioteca è stata ideata e progettata evitando di cadere nei soliti cliché che avrebbero portato a soluzioni standard già usate in altri contesti come l’utilizzo di mobili più bassi e più colorati, spigoli arrotondati e spazi vuoti per giocare.

Ma non è questo quello di cui hanno davvero bisogno i ragazzi.

Facendo le domande giuste, sono emerse esigenze più specifiche che hanno portato a soluzioni più adatte a loro e più stimolanti.
Dall’esigenza di non avere né adulti né bambini troppo piccoli, la Deichman Biblo Toyen nasce come uno spazio esclusivo per ragazzi dai 10 ai 15 anni, con wi-fi per giocare e connettersi a internet, con nicchie, “tane”, postazioni insolite (come furgoni, cabine telefoniche, cabine di funivie, tutti di recupero) in cui rifugiarsi, stare comodi, leggere, giocare e passare le giornate.

Un altro tema centrale affrontato nella creazione di questa biblioteca è stato capire come attrarre i ragazzi in questo spazio. Infatti, dopo qualche tentativo, era evidente come non bastasse pubblicizzare la biblioteca e promuoverne le attività in modo standard né tantomeno invitare direttamente i ragazzi ad entrarvi: nessuno sentiva il bisogno di questo spazio, nessuno voleva essere “salvato” dalla strada.

Così è stata adottata la stessa filosofia usata dall’Esercito della Salvezza, un movimento internazionale evangelico, nell’approcciare individui che necessitano di aiuto, ma che lo respingono nel momento in cui questo viene loro offerto, quasi imposto, come avviene ad esempio, con i “senzatetto”.
Questo metodo si chiama Soup, Soap, Salvation (dall’inglese zuppa, sapone, salvezza) e consiste nel creare un legame con l’altro instaurando un rapporto personale e ricevendo in cambio un atteggiamento più aperto e disponibile, in seguito all’offerta di un pasto caldo e di migliori condizioni igieniche, che porterà poi a proporre la propria proposta di “salvezza”.

Nel caso dei bambini del distretto Toyen, i responsabili della biblioteca si sono avvicinati ai ragazzi gradualmente, senza aggredirli con la soluzione diretta ai loro problemi, rispettando i loro tempi e i loro spazi, lasciando che fossero loro a scegliere di entrare in biblioteca.
Anche in questo caso, il successo non ha faticato ad arrivare.

Deichman Bjørvika

La biblioteca può portare cambiamenti sociali anche in contesti meno bisognosi. È il caso della biblioteca centrale di Oslo, la Deichman Bjørvika, situata nel centro della capitale.
Si tratta di un imponente edificio di 6 piani (13.500 mq) affacciato sul fiordo norvegese, aperto quasi ogni giorno dell’anno (è chiusa in tutto 4-5 giorni l’anno).


La Deichman Bjørvika è il centro culturale e sociale principale della città con 450,000 media tra cartacei e digitali.

Al piano terra è presente un bar in quanto non è proibito il consumo di cibi e bevande in tutti gli spazi del Centro, uno store per gadget e souvenirs, e il sistema automatizzato di restituzione dei libri su cui si basa l’intero sistema dell’edificio. Appena si entra, complici le grandi vetrate e il pavimento volutamente poco uniforme, si ha la sensazione di trovarsi al centro di una piazza, dinamico crocevia di persone e attività.

Ogni piano è un openspace che si sviluppa intorno a dei grossi vuoti centrali più o meno concentrici che favoriscono il fluire degli spazi e della luce naturale, che penetra dalle finestre e dai lucernari, tra un piano e l’altro. Tutti i soffitti di questi grandi spazi aperti e potenzialmente rumorosi sono ricoperti di materiale fonoassorbente che contribuisce a mantenere ogni ambiente, silenzioso e piacevole.

Anche in questo caso, nella biblioteca non ci sono solo libri: sono presenti aree gioco e lettura per bambini, aree per eventi e concerti, un auditorium da 200 posti, postazioni di lavoro, postazioni pc, piccoli laboratori sartoriali, altri preposti all’utilizzo di stampanti 3D e piccoli utensili per il lavoro manuale, una sala di registrazione gestita da ragazzi dai 16 ai 21 anni, due sale cinema, una stanza per videogiochi, sale per meeting e tante zone relax per stare da soli o per socializzare, tutti servizi gratuiti.

L’esempio della Deichman è fondamentale per capire che è possibile integrare spazi e attività non strettamente legate al prestito di libri all’interno della biblioteca, ma che questa può essere un luogo in cui la cultura (e la comunità) abbia la libertà di espandersi ed esprimersi in tutte le sue forme, non solo attraverso i volumi negli scaffali.

La cultura, nella sua interezza, riguarda tutti, è umana, è sociale, e perciò la biblioteca non può limitarsi ad uno scambio di servizi o di prodotti, ma deve favorire, sostenere e incoraggiare gli scambi tra persone.

Deichman Oppsal

L’ultimo caso approfondito durante il terzo giorno di viaggio ad Oslo è stata la Deichman Oppsal, una biblioteca age- e dementia-frendly in un distretto a pochi chilometri dalla città. In questo distretto l’età media è più alta che nel resto della città, e la concentrazione di persone anziane è maggiore rispetto al centro.
Aperta nel 1979, registra circa 85mila visite e 60mila prestiti l’anno. L’edificio è parte dell’Oppsal Community Center che comprendere altri servizi, tra cui centro per anziani, associazioni di volontariato, ambulatori e una parrucchiera. La biblioteca collabora, nella programmazione, interfacciandosi continuamente con queste realtà.

Nel 2018 il dipartimento comunale che si occupa di salute e all’invecchiamento, ha chiesto alla rete bibliotecaria di collaborare con la rete municipale di assistenza domiciliare.
Da maggio 2018 a marzo 2019 è stato realizzato un progetto pilota che ha visto queste tre realtà collaborare, con il fondamentale supporto del centro di ricerca interno alla rete municipale di assistenza domiciliare.

I tre aspetti su cui si è concentrato il progetto pilota:

  • lo spazio fisico
    • la programmazione di attività di qualitàla formazione del personale rispetto al tema della demenza

Il progetto pilota è stato realizzato da un gruppo di lavoro formato da bibliotecari e da persone dell’agenzia di assistenza domiciliare e monitorato da un comitato di valutazione. Anche in questo caso, parte fondamentale del progetto è stata l’interazione e il coinvolgimento degli utenti per capire quali fossero i loro desideri e bisogni. Per ingaggiare gli anziani si sono appoggiati sulla rete di assistenza domiciliare e sulle associazioni che lavorano con le persone anziane e con la demenza senile.
Lo staff della biblioteca ha frequentato un corso per fare crescere la consapevolezza di cosa vuol dire interagire con gli anziani e un corso di formazione sulle malattie neurodegenerative come la demenza senile.


I risultati del progetto:

  • Lo spazio fisico

Segnaletica e organizzazione spaziale per una migliore accessibilità è stato il principio fondamentale che ha guidato le operazioni di arredamento degli spazi interni.

Sono stati liberati gli spazi creando corridoi liberi da ostacoli che fungessero da percorsi per semplificare il raggiungimento delle aree di utilizzo, come tragitto dritto e diretto dall’ingresso alla reception. Questo tipo di organizzazione aiuta anche nel momento in cui gli utenti desiderino lasciare la biblioteca. La definizione di questi percorsi non si limita solo all’interno della biblioteca, ma si estende anche al di fuori attraverso cartelli che identifichino l’itinerario per raggiungere facilmente la biblioteca.

La segnaletica si traduce anche nella scelta dei colori: creare contrasti di colore nell’arredamento aiuta gli utenti che hanno difficoltà a distinguere i colori troppo simili a muoversi meglio nello spazio e a distinguere gli oggetti più facilmente (un cuscino rosso su un divano grigio). I muri e lo sfondo delle targhette che identificano il genere dei libri sono neri, giocando sul contrasto con il bianco e i colori più chiari per facilitare la lettura.

La strategia dei contrasti è stata applicata anche alle numerose porte della biblioteca che confondevano gli utenti. Le porte ad utilizzo esclusivo del personale sono state dipinte dello stesso colore delle pareti in modo da far emergere le porte utili agli utenti, come la porta del bagno.

Anche la scelta e la disposizione delle luci hanno giocato un altro ruolo fondamentale nel rendere chiare le indicazioni presenti, leggibile la segnaletica e migliore la capacità di orientarsi nello spazio.

Inoltre, i bibliotecari o in generale il personale della biblioteca è tenuto ad indossare un gilet con logo e scritte in modo da essere più riconoscibili all’interno dell’ambiente biblioteca e utilizzano sempre un microfono per farsi sentire chiaramente dagli utenti più anziani.

  • Programma di attività di qualità

Anche in questo caso, fondamentale è stata l’indagine diretta nei confronti dei reali bisogni dell’utente della Deichman Oppsal: imparare a usare il pc soprattutto se ci sono giovani ad insegnare, più attività che comportano movimento fisico a partire dal ballo, più libri, racconti brevi, audiolibri, attività di lettura di gruppo, lasciare le attività aperte a chiunque voglia unirsi senza etichettare le attività come “per anziani”.
Anche i parenti degli anziani hanno dimostrato la volontà di unirsi alle attività organizzate ma anche di essere formati e informati su tematiche della vecchiaia e demenza.

  • Formazione del personale

I servizi bibliotecari non sono sempre accessibili alle persone anziane e molto spesso non è possibile semplificarle per venire incontro alle loro difficoltà. Ad esempio, l’utente deve sempre ricordarsi la tessera, ricordarsi il pin, avere in mente quale sia la postazione giusta per il prestito ecc. quindi il personale viene formato per rendere lo spazio e i servizi più accessibili.

Lo staff ha avuto una formazione in merito alla consapevolezza (awareness training) della condizione e delle difficoltà delle persone con demenza. Hanno imparato come interagire e come comunicare, hanno appreso i principi dell’accessibilità fisica e cognitiva degli spazi (in base ai principi di universal design).
Lo staff della biblioteca è accogliente nei confronti delle persone anziane, le aiutano ad accedere ai servizi, sono formate per capire lo stato di demenza e gestirlo per fare in modo che l’esperienza in biblioteca sia la più positiva possibile. Hanno poi iniziato a stampare i programmi mensilmente in modo da dare un minimo di prospettiva agli utenti che possono così meglio organizzarsi.

Nonostante non sia insolito pensare che gli anziani siano tra le generazioni più restie al cambiamento, l’innovazione della Deichman Oppsal non ha trovato oppositori. Naturalmente, anche a loro capita di ricevere qualche lamentela nei momenti in cui la biblioteca non è del tutto silenziosa (durante eventi o in caso di presenza di bambini) ma iniziando accettare il fatto che questo doppio uso della biblioteca esiste (luogo di studio e silenzio, luogo di incontro e scambio) e creando spazi e sale chiuse in cui si può stare in silenzio o ci si può isolare dai rumori, hanno trovato il loro equilibrio.

Conclusioni

Queste realtà non profumano solo di libri, ma anche di vita e di persone, sono modelli esemplari da cui ripartire per la progettazione delle biblioteche in Italia: non solo a livello strutturale/organizzativo, ma soprattutto nel ripensare al potenziale che trattengono in quanto ancora legate alla tradizione, o meglio, abbandonate all’abitudine di considerare la biblioteca come un contenitore di cultura, libero e accessibile a tutti sulla carta, ma di fatto chiuso in se stesso e immobile nel tempo.

Aprirsi ai cittadini e alle loro esigenze, rischiando e cambiando, è la chiave per portare e ricevere valore a livello culturale e sociale, per riattivare e riunire le comunità, per supportare e ispirare le generazioni, dalle più giovani alle più anziane.

La rinascita di un Comune siciliano attraverso l’arte contemporanea

Il Farm Cultural Park di Favara è uno dei migliori esempi di rigenerazione in Italia, se non nel mondo. 

Quante volte abbiamo sentito parlare di rigenerazione urbana?

Soprattutto oggi questo concetto sembra essere sulla bocca di tutti: dai comuni che si lanciano nel recupero di quartieri periferici, ai bandi dedicati alla rigenerazione dei borghi disseminati lungo tutta la penisola, fino agli imponenti progetti come il MIND (Milan Innovation District).

L’impressione è che la rigenerazione sia necessariamente qualcosa di imponente, monumentale e grandioso: lo stravolgimento di un luogo e la sua trasformazione in altro. Tuttavia, nella realtà, la rigenerazione per sua natura è un processo lento, complesso e articolato. Un processo che non riguarda unicamente le grandi città come Milano, non coinvolge unicamente spazi imponenti come lo spazio che ospitava Expo 2015, e soprattutto non è sempre un processo Top-down, calato dall’alto dai decisori politici.

A dimostrazione di ciò vogliamo presentarvi la realtà di Favara (AG), un esempio lampante del “si può fare” anche nel piccolo, anche in provincia, anche dal basso. A Favara prende vita progetto di recupero architettonico e attivazione socioculturale attraverso la lente dell’arte contemporanea.

LA CITTÀ: uno specchio dell’esodo demografico e dell’emigrazione

Ogni volta che qualcuno argomenta che “progetti simili sono possibili solo in centri urbani già estremamente ricchi di iniziative ed economicamente attivi” pensate a Favara.

Questo comune di oltre 34.000 abitanti si trova in Sicilia, nella provincia di Agrigento, ad appena 10 minuti di macchina dalla Valle dei Templi. Malgrado la posizione, apparentemente favorevole, la città non era meta di turismo, soffrendo all’ombra di centri ben più noti. Il porto più vicino, Porto Empedocle, tuttora non è raggiungibile dalle Navi da Crociera, incrementando ulteriormente l’isolamento del comune.

Come numerose realtà del Mezzogiorno, Favara ha vissuto un fenomeno di grande emigrazione verso gli Stati Uniti nei primi decenni del ‘900. Il risultato fu che molti emigrati tornarono nella loro città natale arricchiti e desiderosi di contribuire allo sviluppo della loro terra. Da qui la costruzione incontrollata di case, appartamenti, palazzine, ville per figli, nipoti e pronipoti, fino a creare quel panorama congestionato e intasato che vediamo oggi. Tutti questi edifici, figli di una politica urbanistica ed edilizia permissivista, vengono progressivamente abbandonati con il passare degli anni a causa di un nuovo fenomeno migratorio: si tratta dei giovani siciliani che abbandonano la loro terra in cerca di nuove opportunità di lavoro e un futuro più stabile. Inoltre, le vecchie abitazioni del centro storico, che necessitavano di ristrutturazioni e servizi, vengono abbandonate in favore delle nuove costruzioni periferiche, anche grazie ai prezzi favorevoli: il loro valore si è nel tempo svalutato per la presenza di numerose abitazioni invendute. 

L’abbandono sistematico e ininterrotto ha generato una situazione paradossale: ad oggi a Favara 2/3 delle abitazioni sono inabitate e versano in stato di abbandono. Questo non solo influisce negativamente sul paesaggio urbano, ma provoca crolli che possono portare a tragiche conseguenze (come il crollo del 2010 che portò alla morte di due bambine).

FARM CULTURAL PARK è il cambiamento: riempire i vuoti urbani con l’arte.

Il progetto nasce da un’idea di due professionisti, Florinda Saieva e Andrea Bartoli, che da Parigi decidono di ritornare a Favara per realizzare il proprio progetto di vita. La volontà era quella di contribuire attivamente al benessere della società, creando un ambiente ricco d’opportunità culturali (e di lavoro) e stimolante.

Farm Cultural Park apre ufficialmente il 25 giugno 2010 e da allora non ha mai smesso di evolvere e crescere.

Farm Cultural Park

Ma che cos’è il Farm Cultural Park di Favara?

“uno dei centri culturali indipendenti più influenti del mondo culturale contemporaneo e uno dei progetti più effervescenti di ripensamento e rinascita di città” 

Si tratta di un ambizioso progetto di recupero e rinascita culturale, che trova nell’arte contemporanea il proprio linguaggio. Favara, da Borgo morente e abbandonato, viene investito da quella che possiamo definire una rivoluzione, che andando a colpire il cuore stesso del dramma della città, lo trasforma in qualcos’altro, qualcosa capace di generare bellezza. L’idea della farm parte proprio dal recupero di quei “vuoti urbani” (gli edifici abbandonati disseminati nel centro storico), tanto numerosi da superare in numero quelli effettivamente abitati, per dare loro nuova vita e funzione, senza però stravolgerne l’identità. Farm Cultural Park si connota non soltanto come spazio espositivo, ma anche come centro di produzione e sperimentazione culturale, con il fine di stimolare il senso comunitario cittadino.

Ma cosa rende questo progetto un esempio lampante di rigenerazione urbana di successo?

CITTA’ E FARM: un dialogo fluido e continuo

Il Farm Cultural Park può esistere solo a Favara, perché su questa città è stato pensato e costruito.

Un progetto di rigenerazione urbana di successo non può essere neutro, ovvero perfettamente replicabile in altri contesti urbani senza che vi sia un processo di adattamento. L’idea alla base del progetto e la metodologia che ha portato al suo sviluppo possono certamente essere utilizzati per progetti simili in altri contesti, ma l’applicazione pratica e personale è unica.

Nel caso di Favara la sovrabbondanza di edifici abbandonati ha permesso la creazione di spazi espositivi nel centro della città, che si armonizzano al panorama circostante e si confondono nelle viuzze e stradine del borgo.

Spesso è sufficiente voltare un angolo per ritrovarsi in un quartiere rigenerato, ma l’impatto non è mai traumatico. La decadenza e l’abbandono, che caratterizzano le vie del centro, vengono reinterpretate e valorizzate attraverso l’arte.

Farn Cultural Park

La dissonanza tra questi ambienti non esiste, proprio perché la base di partenza è comune e l’effetto di conseguenza risulta fluido.

Questa capacità di integrazione risulta altrettanto potente all’interno dei palazzi, dove vengono organizzate le esposizioni: i luoghi vengono riqualificati ma non privati della loro identità, ed è proprio in questo incontro tra abbandono e bellezza, tra arte e decadenza che troviamo il genio del progetto.

LUOGHI DI TRANSIZIONE: arte en passant

Uno degli elementi più interessanti di Farm Cultural Park sono i luoghi di transizione, ovvero quegli spazi, quartieri, strade che non hanno alcuna funzione specifica, ma che nondimeno ne assumono una a seconda di chi ne fa uso.

Farm Cultural Park

Luoghi misti, fluidi e capaci di adattamento: ma soprattutto luoghi di passaggio. Rinchiudere l’arte e la bellezza nei musei e nelle esposizioni, lo sappiamo, ha spesso un effetto respingente su di un pubblico che, per mancanza di passata esperienza o semplice diffidenza, si sente intimidito all’idea di varcare la soglia di un luogo quasi permeato da una certa sacralità. A Favara l’arte è di fianco alla panchina dove le signore anziane si siedono per riposarsi di ritorno dalla spesa, o ancora meglio la panchina stessa è un’opera di design. L’arte è presente ma non è il motivo per cui le persone sono lì, accompagna il loro passaggio discreta, senza richiamare prepotentemente la loro attenzione: lo fa, ma di sfuggita.

Creare spazi di transizione che siano belli, ricchi di spunti di ispirazione e di riflessione è il modo più efficacie per portare l’arte nella vita di tutti, e lasciare che essa diventi parte del quotidiano.

Durante la nostra visita, in uno dei quartieri rigenerati si è tenuta una festa in strada. Casse e DJ, il bar all’angolo pronto a distribuire drink e i ragazzi del posto che semplicemente chiacchieravano, ballavano, vivevano circondati dall’arte. Nessuno di loro era lì per osservare le opere, ma le hanno certamente guardate in ogni caso.

In quella festa abbiamo visto risolto il dramma di molti comuni isolati nelle province, privi della minima attrattiva per i più giovani, dove i ragazzi si ritrovano la sera nei parchi bui o fuori dai cimiteri, semplicemente perché non sanno dove altro andare.

Eppure, tutti hanno diritto di vivere circondati dal bello.

ASCOLTO DELLA COMUNITA': rigenerazione al servizio delle persone

Sembra banale, ma spesso prestare ascolto ai bisogni di un luogo richiede uno sforzo non indifferente e costringe verso nuove soluzioni e alternative differenti da quelle inizialmente previste.

La rigenerazione, perché sia efficacie, deve dialogare con la comunità di riferimento e adattarsi quanto più possibile alle sue esigenze. Favara ancora una volta dimostra come innovazione, ingegno e ascolto possono portare a risultati di successo.

Uno dei numerosi problemi che affligge il Comune è l’assenza di verde: a parte qualche piccolo parco pubblico, vi è una quasi totale assenza di piante in tutta la città.

Per trovare una soluzione a questo dilemma il Farm Cultural Park ha deciso di ricreare un giardino … all’interno di un palazzo abbandonato.

L’effetto, come potete immaginare, è stupefacente.

Farm Cultural Park

Un vecchio palazzo diroccato, seminascosto tra altre palazzine che una volta spalancato rivela un parco racchiuso tra le sue mura. Entrando si ha l’impressione di muoversi in un luogo alieno, ed è proprio la decadenza dell’edificio a rinforzare questa impressione: se al posto di una palazzina diroccata avessimo avuto uno spazio appena costruito, lucido e pulito, l’effetto sarebbe stato artificioso. Mentre guardando queste mura in pietra e gli alberi che vi crescono in mezzo si ha come l’impressione che questi ultimi siano cresciuti naturalmente, per propria volontà.

Oggi l’edificio ospita mostre di arte contemporanea ed è l’esempio perfetto della capacità di Favara di integrare elementi così diversi in unico luogo e creare uno spazio unico nel suo genere.

L’impatto positivo non si misura solo nell’aumento della presenza di turisti, anche internazionali, e nei nuovi posti di lavoro a beneficio del territorio: anche l’ambiente ha la sua parte. Infatti lo “Human garden” ha richiamato l’attenzione del territorio alle tematiche di sostenibilità ambientale: all’ultima tornata amministrativa moltissimi candidati proponevo all’interno dei programmi elettorali piantumazioni e iniziative di educazione ambientale.

CONCLUSIONI

In conclusione, Farm Cultural Park è un esempio di rigenerazione a servizio della cittadinanza, modellato intorno ad un panorama urbano unico e integrato nel tessuto quotidiano della comunità locale. Qui creatività, innovazione e sperimentazione diventano il carburante per una ripresa economica, turistica e socioculturale del comune. Qui l’arte è protagonista del dialogo che il Farm Cultural Park intreccia con i cittadini e l’architettura locale, ed è proprio l’arte a rompere i confini degli spazi per uscire nelle vie e nelle strade della città, e farsi portatrice di un messaggio di speranza e rinascita.

Quello di Favara è un sogno, con tutte le difficoltà che questo comporta: ciò la rende però un faro accecante nella staticità del panorama culturale italiano e l’esempio vivente che anche nei comuni periferici, anche nelle città flagellate da crisi economica e “fuga di cervelli”, sì anche in luoghi privi di mete turistiche, di iniziativa privata e di una vita culturale florida, anche qui la rigenerazione è possibile.

Una nuova opportunità di finanziamento per i Comuni – ALL Attrattività Locale Lombardia

La stagione dei Bandi di finanziamento è appena cominciata, e se il Bando Borghi ne è stato il protagonista indiscusso degli ultimi mesi non è certo il solo strumento a disposizione degli enti locali.

I Bandi di Finanziamento a fondo perduto sono numerosi e il rischio è quello di lasciarsi scappare qualche occasione prezionsa. Un esempio è il Bando di Regione Lombardia, ALL -Attrattività Locale Lombardia. Link

Di cosa si tratta?

Il Bando vuole sostere i Comuni Lombardi per la realizzazione di progetti di valorizzazione e riqualificazione di beni immobili. L’obiettivo è aumentare l’attrattività e l’accessibilità dei territori dal punto di vista turistico, sociale ed economico, in un’ottica di marketing territoriale. I beni immobili devono essere:

  • o di proprietà del Comune che presenta l’istanza; 
  • o di un’altra amministrazione pubblica, purchè il Comune richiedente ne abbia la completa ed esclusiva disponibilità (attraverso comodato, locazione, affitto, usufrutto, uso ecc.) per un periodo di 10 anni dalla conclusione dell’intervento. 

In particolare, i progetti devono essere orientati alla sostenibilità e prevedere interventi in grado di incrementare il patrimonio pubblico. Possono parrtecipare al Bando tutti i Comuni Lombardi, fatta eccezione per i Capoluoghi. 

Gli interventi proposti devono avere un livello di progettazione definitiva o esecutiva

A quanto ammonta il contributo?

Dotazione finanziaria complessiva € 3.300.000,00 così ripartita:

  • € 2.145.000,00 Anno 2022
  • € 1.155.000,00 Anno 2023

Il contributo, a fronte di un investimento minimo di € 60.000,00, è concesso a fondo perduto ed è pari all’ 80% delle spese ammissibili. Il contributo massimo concedibile è di € 150.000,00 e nel caso di investimenti che generano utili il contributo sarà concesso nel rispetto del regime de minimis.

Le spese ammissibili sono:

a) spese tecniche di progettazione (nella misura massima del 8% delle spese ammissibili), direzione dei lavori, coordinamento della sicurezza in fase di progettazione ed esecuzione, collaudo;

b) realizzazione di opere e lavori (a titolo esemplificativo: opere e lavori edili, strutturali e impiantistici, ristrutturazione e ammodernamento dei locali, etc.);

c) acquisizione di beni capitali e immobilizzazioni materiali e immateriali (ad esempio: arredi, attrezzature e dispositivi tecnologici, software, etc.) complementari all’intervento sul bene immobile.

Il decreto attuativo non è ancora stato pubblicato, così come la data di apertura delle candidature e la deadline. 

Vi terremo aggiornati sui prossimi sviluppi.

Europrogettazione

Da dove iniziare a parlare di un argomento che ha duemila possibili punti di ingresso?

Dal cronico ritardo italiano nell’accedere alle opportunità e alle risorse europee? No, perché la logica della lamentela non ci appartiene.

Dalle opportunità e dalle risorse europee (moltiplicate vieppiù dal Recovery Fund)? Interessante, ma rischia di creare solo aspettative e conseguenti possibili delusioni.

Dalla necessità di adottare un approccio progettuale alle attività delle nostre organizzazioni? Si, questo è l’aspetto che ci interessa maggiormente, soprattutto perché mette in campo la nostra creatività e la nostra propensione al cambiamento e all’innovazione.

Accedere alle risorse dei bandi europei candidando progetti vincenti non è una questione di conoscenza dei programmi, delle call specifiche e del funzionamento delle piattaforme; non è sicuramente solo quello (sebbene poi serva anche quello!).

Come sempre, non si tratta di imparare un tecnicismo (noi di 2di2 siamo qui anche per integrare le conoscenze di chi, quei tecnicismi, non ha intenzione, voglia, tempo di impararli): prima di tutto si tratta di avere le idee giuste e chiare.

Il mio mentore dice sempre: “le idee non seguono i soldi, ma al contrario sono i soldi che arrivano quando c’è l’idea giusta”. A furia di sentirglielo ripetere mi sono convinta che le cose stanno esattamente così: aspettare di vedere il testo del bando per farsi venire l’idea da candidare è una mossa perdente.

È troppo tardi e si rischia di inseguire la scadenza presentando poi una candidatura debole e lacunosa.

Occorre avere in testa qual è l’obiettivo di innovazione (dove per innovazione intendo la capacità di rispondere alle sollecitazioni esterne introducendo un cambiamento nella mia organizzazione) che intendo realizzare e poi chiedersi: risponde ad una finalità ritenuta rilevante dalla UE? In che modo? Come il mio progetto può rispondere ad esigenze condivise da altri soggetti?

In questo modo garantiamo che le risorse europee che dovessero esserci riconosciute creino valore non solo per noi e la nostra organizzazione, e, a cascata, i benefici del progetto raggiungano altri soggetti, amplificando il ritorno dell’investimento europeo.

L’Agenda ONU 2030 (quella dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, gli SDG) ci facilita il compito: quando pensiamo a come innovare nella nostra organizzazione (pubblica o privata, for profit o sociale che sia) avere chiaro a quale degli obiettivi dell’Agenda vogliamo dare una risposta, è un ottimo punto di partenza (forse oggi l’unico che vale la pena di adottare).

Avere un buon piano degli obiettivi di medio e lungo periodo; progettare le soluzioni utilizzando metodologie di facilitazione che valorizzino le competenze dei team e la creatività dei collaboratori; dotarsi di strumenti di informazione sui programmi europei e i calendari delle call, sono gli ulteriori aspetti importantissimi che occorre presidiare per elaborare candidature interessanti e di possibile successo.

Il resto è rimesso  – anche – alla sorte (non dobbiamo mai dimenticare che la competizione è altissima)…ma come sappiamo tutti “la fortuna è quando l’opportunità bussa e tu rispondi”.

 

Enjoy!